Crisi cinese: non c’è da avere paura (o no?)

La crisi cinese ha spaventato i mercati finanziari di tutto il mondo. Eppure, non tutti ritengono che il rischio sia così elevato dal creare nuove rivoluzioni nelle piazze azionarie, valutarie e obbligazionarie di mezzo globo. Insomma, seppur in un momento come questo le incertezze che arrivano dalla Cina hanno rotto le uova nel paniere decisionale della Federal Reserve, forse è bene non valutare quanto sta accadendo con troppa enfasi.

A pensarla così è Pietro Giuliani, patron di Azimut, che a “Tempesta sui Mercati” di Class Cnbc dichiara di non ritenere che quello che è accaduto in Cina sia una cosa catastrofica. “Non c’è niente di grave in un pil che, invece di registrare un incremento costante del 7% all’anno, riduce un po’ la sua crescita” – afferma Giuliani – “C’è stata sicuramente una gestione non perfetta della finanza da parte dello Stato cinese ma riteniamo che gli Stati Uniti stiano andando bene e che l’Europa non sia così danneggiata. Per cui consideriamo questa crisi una cosa che poteva succedere ma niente di terribile”.

Per quanto attiene i prossimi mesi, Giuliani ritiene che i Paesi emergenti si sono affermati generalmente grazie alle esportazioni, e che questa condizione è venuta meno nel momento in cui il mondo occidentale ha smesso di comprare a causa delle sue recessioni e delle sue crisi, considerato che gli emergenti in realtà lavoravano solamente sulla domanda esterna.

Ora tuttavia i mercati hanno compreso che il vero driver di crescita è la domanda interna, che per essere attivata richiede degli investimenti in infrastrutture che, a loro volta, domandano di qualche anno per poter essere messi in campo. Dunque, dovrebbe permanere un convinto ottimismo nei confronti dei Paesi emergenti, tenendo tuttavia a mente che si tratta di investimenti di medio e lungo periodo.

Alla luce di quanto sopra, la lettura sembra essere discretamente rassicurante. Insomma, forse è il caso non esagerare con le preoccupazioni, pur ammettendo che esistono evidenti rischi di maggiore volatilità nel breve termine, che nelle prossime settimane dovranno essere ulteriormente ribadite. Una situazione che dovrebbe essere ponderata anche dalla Federal Reserve, che nei prossimi giorni assumerà una delle decisioni più importanti dal 2008: scegliere se confermare la propria strategia di tassi ai minimi storici, o rilanciare mediante un incremento dei tassi di interesse di riferimento che potrebbe – sotto un profilo superficiale e sostanziale – perfino rassicurare gli investitori e i mercati finanziari.

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